Questo testo nasce due volte.
La prima volta a Roma, nel 2014, in una mattina qualunque. Beatriz aspetta suo marito, Mirko, seduta in un salone di un barbiere di quartiere. Non ha nulla da fare. Così osserva: il viavai delle persone, il ritmo delle forbici, il silenzio rituale dei gesti. Le risate complici, le convenzioni mai scritte di un luogo in cui gli uomini si spogliano di ogni ruolo, lavoro, maschere universali, per ritrovarsi in una comunione quasi tribale. Possono finalmente discutere animosamente del rigore assegnato o meno, direbbe Mirko.
Nulla che interessi minimamente Beatriz.
Eppure è proprio in quell’attesa oziosa, in quello stato di sospensione tra noia e abbandono, che arriva un’immagine. Un barbiere. Un bambino. Una storia che non chiede il permesso di esistere.
Nasce così “Il Barbiere Fontana”.
Una storia di memorie e di un bambino che non è mai cresciuto, e di adulti che non riescono a dimenticare. Di ciò che si cela dietro le maschere e di sensi di colpa che non si estinguono. Di silenzi che parlano, di rituali che proteggono. Di ciò che si tramanda senza volerlo e di ciò che si nasconde senza riuscirci.
La seconda nascita avviene dodici anni dopo, a Firenze. Beatriz vive ormai qui, in una città che ha un altro passo, un’altra luce, un’altra memoria. Ed è qui che incontra un barbiere e attore, Fabio Velotti. Due mestieri che, a pensarci, condividono lo stesso gesto: togliere il superfluo per far emergere qualcosa di più vero.
All’improvviso quel racconto del 2014 viaggia da Roma a Firenze. “Il Barbiere Fontana” smette di essere un racconto e diventa “Ciro”, un’opera teatrale.
Ma Beatriz Cabur è specialista e pioniera del teatro digitale e dei nuovi linguaggi drammatici, e così Ciro si è espanso ed è diventato un’esperienza immersiva e interattiva. Per tutti coloro che desiderino esplorarla, è possibile viverla su ilbarbierefontana.com
— Beatriz Cabur