Il Barbiere Fontana

Ogni giorno alla stessa ora, in via Vittorio Veneto, la barberia Fontana apre i battenti prima di qualunque altra bottega a Roma.

Il proprietario giunge sorridente, reggendo una pila di pizze bianche, con lo stesso portamento dei venditori di pane nei mercati arabi. Prima ancora di chinarsi per sollevare la saracinesca, non gli resta più alcuna pizza in mano, ma alle sue spalle si staglia una fila di bambini e adolescenti sporchi, intenti a mangiare. È un'ora in cui la città ancora dorme.

Il barbiere Fontana, come lo chiamano tutti, onora tre cose sopra ogni altra.

La sua volontà imperturbabile, la missione che lo ha reso l'uomo che è, e una terza che nessuno conosce e che ben potrebbe essere la discrezione.

Il barbiere Fontana è solito dire: “Vi sono tre cose che considero sopra ogni altra: la volontà umana e l'avere uno scopo nella vita”. I bambini attendono e poi, dopo il lungo silenzio che annuncia che nient'altro seguirà, ridono.

“Francesco, Alessandro, Andrea, Lorenzo, Ciro, Matteo, Gabriele, Mattia, Leonardo, Davide, Riccardo, Federico, Luca, Giuseppe, Marco, Tommaso… qual è il vostro obiettivo? Qual è la misura della vostra volontà?”

La missione del barbiere è ben nota in città.

Ogni giorno, bambini giunti dai quartieri più degradati di Roma restano in coda dinanzi alla saracinesca ancora serrata fin da prima dell'alba. Dalle sette alle nove, in bottega, il tempo è dedicato esclusivamente a tagliare i capelli a quei ragazzi: non per igiene né per estetica, non per carità né per bontà, bensì per giustizia.

Affinché sembrino venire da altri quartieri, da altre famiglie. Per sfidare i pregiudizi.

Perché l'apparenza inganni. Per confondere snob e aristocratici.

Per far passare quei fanciulli per ciò che non sono, affinché un giorno possano diventarlo davvero. E lo diventeranno.

Il barbiere Fontana ebbe un'infanzia breve. Sua madre se ne andò. Suo padre non ci fu mai. Breve a tal punto.

Quando ancora non aveva un mestiere, né un nome per noi, vagabondava per Roma, scalzo e affamato, senza un presente e ancor meno un futuro. Si fermava davanti alle vetrine delle barberie romane e osservava quegli uomini; bramava trovarsi lì, far parte di quella congregazione di soli uomini, se non quando qualche madre portava il figlio affinché venisse iniziato al club del taglio maschile.

Il bambino osservava con tale attenzione i barbieri, i clienti, la madre e il figlio, da dimenticare la fame e la solitudine.

Sappiamo già che, una volta adulto, egli è diventato il barbiere Fontana, proprietario della sala più celebre di Roma; non occorre dunque narrare come lo sia diventato.

Questa è una storia felice, poiché inizia e si conclude bene.

Che importa se quel bambino dall'infanzia breve, senza nome per nessuno, ingannò e uccise il figlio del primo barbiere Fontana senza che nessuno lo scoprisse mai?

Che importa se approfittò della vulnerabilità della moglie del barbiere?

Questa è una storia di riscatto personale e di ciò che si fa del successo una volta raggiunto.

È la storia del presente, in cui un uomo giusto e generoso taglia gratuitamente i capelli a giovani affamati, offrendo loro un'opportunità e due domande su cui meditare.

“Qual è il tuo obiettivo? Qual è la forza della tua volontà?”

Chissà cosa ne avrebbe fatto della propria vita il figlio del primo barbiere Fontana.

Continua l'indagine

I. Ettore Fontana II. Le Memorie di Ciro III. L'Archivio di Flaminia